Trova le differenze

Guardare la partita di beach volley Germania-Egitto o ancora meglio, osservarne poi alcuni frame su testate giornalistiche online mi è parso come giocare a uno di quei simpatici «trova le differenze», con cui trascorrere il tempo senza troppe pretese e fatiche intellettuali. Dunque, dicevo, le differenze: capelli al vento Vs hijab (per la sola El Ghobashy, una lunga treccia per la «carina» Nada Meawad), reggiseno Vs maglietta a maniche lunghe, slip Vs pantaloni lunghi aderenti. In sintesi: corpo seminudo Vs corpo semicoperto.

Altra differenza, ovviamente, la vittoria: 2 set a 0 per le tedesche Laura Ludwig e Kira Walkenhorst (e così anche per le nostre Marta Meneghetti e Laura Giambini). Doveroso ricordare i nomi delle atlete in questi giochi olimpici delle «cicciottelle» (le tiratrici Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia), delle «mogli di…» (il bronzo al tiro al piattello Corey Cogdell-Unrein), delle «Michael Phelps in gonnella» (la straordinaria Katie Ledecky, oro nei 200 e 400 stile libero) e delle nuotatrici afroamericane anonime (Simone Manuel). Doppiamente doveroso ricordare i nome delle due atlete egiziane poiché questa a Rio è stata la prima partecipazione olimpica della nazionale da quando, vent’anni fa, la disciplina del beach volley è stata inclusa tra quelle a cinque cerchi.

Tuttavia, la vera notizia è stato l’abbigliamento della El Ghobashy e della Meawad e non la loro prestazione, con buona pace delle due giocatrici che, catapultate nella patria della samba, se ne saranno fatte una ragione ma resta innegabile la frustrazione per essere ricordate più per come si appare che per la propria prestazione. Destino comune a tante donne: mal comune, mezzo gaudio. E c’è davvero poco da gioire, perché la questione non può e non deve essere liquidata con uno «scontro culturale» (Times di Londra), o con un (consentitemi il neologismo) olimpically correct «incontro culturale» (Repubblica), né – vade retro!- con salviniani commenti condensati in 140 caratteri. Qui non si tratta solo di integrazione, ma anche dell’uso, dell’abuso e della strumentalizzazione del corpo della donna. Dobbiamo, però, fare lo sforzo di vedere anche  la trave nel nostro occhio.

Partiamo da una semplice domanda: «Quella ‘bardatura’ è comoda?». Non so quante di noi possano fornire risposte basate su esperienze personali, ma pensando alla comodità, alla libertà di movimento richiesta da questo sport e alla temperatura di Rio, la mia risposta è un deciso no. Subito dopo la questione «comodità», immagino che tanti, come me, si siano domandati se quell’abbigliamento fosse una libera scelta delle atlete. A questo punto vale la pena fare un breve excursus sulla decisione della FIVB (Federation of International Volleyball) alle olimpiadi di Sidney 2000 il cui regolamento preferì al tradizionale body dei bikini estremamente succinti per le squadre femminili. Forse l’intenzione era quella di rendere più telegenico il novello sport olimpico, ma i vertici della federazione non avevano fatto i conti con lo sdegno della squadra di casa che si oppose con fermezza sia per motivi climatici (i giochi si tenevano a settembre, ad inizio primavera), sia per ragioni strettamente sportive. Ai fini della prestazione, infatti, ridurre le dimensioni del bikini non avrebbe avuto alcun senso. Imparato la lezione? In parte sì, dato che per le Olimpiadi di Londra 2012 la FIVB acconsentì all’uso di magliette a maniche lunghe e di leggins alle caviglie e  curiosamente, le prime a indossarli furono le brasiliane per proteggersi dalla pioggia londinese del 7 agosto di quell’anno. Indubbiamente, la novità apriva la partecipazione ai giochi  anche ad atlete con diversi credo religiosi e la formula fu un successo a giudicare dai numeri con ben 169 paesi partecipanti alle qualificazioni per il beach volley per Rio, contro i soli 143 per Londra. La El Ghobashy è stata la prima giocatrice di beach volley ad indossare l’hijab, non permesso dal regolamento, ma come lei anche la schermitrice Usa Ibtihaj Muhammad ha indossato il velo sotto la maschera.

Per fair play mi pongo le stesse domande per le giocatrici occidentali: sulla comodità di un costume per giocare sulla sabbia mi pare che poco ci sia da obiettare, ma sulla libertà di scelta di quell’outfit così succinto e sexy forse qualche parola è spendibile. In occasione delle Olimpiadi di Sidney le giocatrici non avevano nascosto il loro disappunto, denunciando un regolamento discriminatorio e sessista che avanti di questo passo le avrebbe costrette a esibirsi in tanga. Esibirsi, non semplicemente giocare e sudarsi la vittoria. Verrebbe da domandarsi: «esibirsi per chi?»…

Se le atlete egiziane non sono libere di scegliere, quelle occidentali potrebbero opporsi agli sponsor che le vogliono più belle (e svestite) che brave e comode (l’inconveniente del seno o gluteo che fa capolino è dietro l’angolo). Alzano la loro voce ma non vengono ascoltate? Accettano di buon grado? Certamente lo sport è anche bellezza statuaria e culto del corpo, ma i body delle ginnaste, per esempio, consentono ugualmente la libertà di movimento richiesta dalla disciplina senza pregiudicare l’eleganza e la femminilità dell’atleta.

Una via di mezzo è possibile ma è difficile attuarla perché in gioco ci sono oltre che fardelli culturali anche interessi economici. Da una parte e dall’altra del campo, quindi, intorno al corpo femminile si consuma una partita ideologica che sarebbe bello, almeno per una volta, finisse in parità.

Ora ricominciamo da capo e troviamo le differenze.

 

Chiara Bernocchi

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Autore: chiarasututto

Da poco entrata nei fatidici 30, laureata in storia e critica dell'arte, impiegata in una multinazionale coreana, amante dei viaggi. ..su carta, neomamma. Tutto quello che non so ancora di me lo scoprirò. ..scrivendo!

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