Amore a distanza

Amata mia,

ti scrivo nel giorno del nostro primo anniversario di solitudine. Sappi che da quando te ne sei andata nulla qui è cambiato: non le mie abitudini, non le suppellettili rimaste lì dove sono sempre state, non il miagolìo mattutino di Cupido che sguscia in camera da letto, accoccolandosi sul tuo cuscino.

Ti chiedo perdono se a lungo sono stato egoista ma non sopportavo l’idea di non averti con me, per cui mi sono deciso solo quando era diventato pericoloso per la tua stessa salute.

Lo ripetevi ogni giorno, in un’ostinata cantilena rivolta ora ai tuoi fratelli – dei quali ricordavi tutti e otto i nomi – ora alle tue cugine, ora a tua mamma, che volevi andare «a casa», finché un giorno ti dissero che ti ci avrebbero accompagnato per davvero e tu non hai avuto il minimo tentennamento. Senza neppure rivolgermi uno sguardo di saluto te ne sei andata, lasciandomi in un deserto. Per te ero diventato nessuno e mille persone insieme, fantasmi della tua infanzia, il tuo passato che viveva nel nostro presente, fatto di giornate che ripetevano il lavoro svolto per una vita intera. Così, sin dal primo mattino, eravamo sempre indaffarati a cucinare, apparecchiare, sparecchiare e lavare le stoviglie: dicevi che i clienti in trattoria erano diventati più numerosi e io cercavo di aiutarti come potevo. Più tardi, seduti a tavola, mi divertivo a contare il numero di commensali fittizi cui avevamo preparato il pranzo e poi, vedendoti assonnata, ti invitavo a non stancarti troppo, convincendoti infine a riposare un paio d’ore. A quel punto, iniziava la mia caccia al tesoro nelle stanze di casa: trovavo le posate in frigorifero, il telefono nel lavandino del bagno, i tuoi gioielli nel cassetto delle lenzuola e il pigiama in quello delle tovaglie. Rimettevo diligentemente tutto a posto, così che tu il giorno dopo potessi fare ordine a modo tuo.

Del cicaleccio della gente non mi son mai curato: forse non sanno che è dalle rovine che trapela la luce e che sì, sono felice di essere ancora al tuo fianco, perché anche la fatica è amore e anche nella sofferenza si nasconde la gioia… basta saperla vedere. Nella nostra seconda vita insieme ti ho riscoperta bambina, priva di ogni corazza, anche della tua consueta eleganza che si è dileguata lasciando il posto a una gestualità insolita, direi buffa e a una sorprendente, fanciullesca, tenerezza. Anche l’amore si impara e tu, dopo più di cinquantasei anni, mi hai insegnato ad innamorarmi ancora di te.

A chi crede che la morte dimori già tra noi, dico che muore chi si arresta di fronte ai cambiamenti e che, invece, continua a vivere chi lasciandovisi cullare non teme di viaggiare seguendo rotte sconosciute. Tu non sai più chi sono io, ma io non posso dimenticare chi sei stata per me. Per sempre.

                                                      Il tuo compagno di Vita.

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