Ti leggo un libro

Bambole Spettinate Diavole del Focolare

Nel  fantastico paese di Ollolai, nell’entroterra brullo di un’isola dal mare cristallino, un giovane folletto dai riccioli rosso acceso si reca nelle case dei saggi, armata di parole su carta e sorrisi.

La storia di Stefania Corona, ragazza sarda di 30 anni,  protagonista insieme agli ascoltatori anziani del progetto: “Ti leggo un libro” ha il sapore di una favola; ma ancor più lieto del finale è la realtà di un piccolo comune che fa scuola, che dà una lezione di cultura e civiltà, coniugando bibliofilìa e sociale, avvicinando due generazioni ideali – nonni e nipoti – su un medesimo terreno di autoctono background.

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Amore a distanza

Amata mia,

ti scrivo nel giorno del nostro primo anniversario di solitudine. Sappi che da quando te ne sei andata nulla qui è cambiato: non le mie abitudini, non le suppellettili rimaste lì dove sono sempre state, non il miagolìo mattutino di Cupido che sguscia in camera da letto, accoccolandosi sul tuo cuscino.

Ti chiedo perdono se a lungo sono stato egoista ma non sopportavo l’idea di non averti con me, per cui mi sono deciso solo quando era diventato pericoloso per la tua stessa salute.

Lo ripetevi ogni giorno, in un’ostinata cantilena rivolta ora ai tuoi fratelli – dei quali ricordavi tutti e otto i nomi – ora alle tue cugine, ora a tua mamma, che volevi andare «a casa», finché un giorno ti dissero che ti ci avrebbero accompagnato per davvero e tu non hai avuto il minimo tentennamento. Senza neppure rivolgermi uno sguardo di saluto te ne sei andata, lasciandomi in un deserto. Per te ero diventato nessuno e mille persone insieme, fantasmi della tua infanzia, il tuo passato che viveva nel nostro presente, fatto di giornate che ripetevano il lavoro svolto per una vita intera. Così, sin dal primo mattino, eravamo sempre indaffarati a cucinare, apparecchiare, sparecchiare e lavare le stoviglie: dicevi che i clienti in trattoria erano diventati più numerosi e io cercavo di aiutarti come potevo. Più tardi, seduti a tavola, mi divertivo a contare il numero di commensali fittizi cui avevamo preparato il pranzo e poi, vedendoti assonnata, ti invitavo a non stancarti troppo, convincendoti infine a riposare un paio d’ore. A quel punto, iniziava la mia caccia al tesoro nelle stanze di casa: trovavo le posate in frigorifero, il telefono nel lavandino del bagno, i tuoi gioielli nel cassetto delle lenzuola e il pigiama in quello delle tovaglie. Rimettevo diligentemente tutto a posto, così che tu il giorno dopo potessi fare ordine a modo tuo.

Del cicaleccio della gente non mi son mai curato: forse non sanno che è dalle rovine che trapela la luce e che sì, sono felice di essere ancora al tuo fianco, perché anche la fatica è amore e anche nella sofferenza si nasconde la gioia… basta saperla vedere. Nella nostra seconda vita insieme ti ho riscoperta bambina, priva di ogni corazza, anche della tua consueta eleganza che si è dileguata lasciando il posto a una gestualità insolita, direi buffa e a una sorprendente, fanciullesca, tenerezza. Anche l’amore si impara e tu, dopo più di cinquantasei anni, mi hai insegnato ad innamorarmi ancora di te.

A chi crede che la morte dimori già tra noi, dico che muore chi si arresta di fronte ai cambiamenti e che, invece, continua a vivere chi lasciandovisi cullare non teme di viaggiare seguendo rotte sconosciute. Tu non sai più chi sono io, ma io non posso dimenticare chi sei stata per me. Per sempre.

                                                      Il tuo compagno di Vita.

Quando è bene piantarla in Nasso come Teseo

Il momento più imbarazzante della mia vita l’ho vissuto ad Amsterdam, in un pomeriggio insolitamente mite di fine settembre di cinque anni fa. Faceva caldo per davvero in quel weekend e gli olandesi -mi disse- allo spuntare del primo raggio di sole sbucano come lucertole. Se si tratta di giorni feriali -aggiunse- escono dal lavoro in anticipo, prendono i figli e si godono il bel tempo. Parlava come chi conosceva alla perfezione le abitudini del luogo, ma aveva visto solo Amsterdam e ci viveva da meno di tre mesi, per cui non potrei accertare la bontà della sua affermazione; posso solo dirvi che in quelle trentasei ore circa di permanenza di sproloqui ne avrei sentiti parecchi.

Tornando alla mia figuraccia, confesso di averne avuto il presagio solo nel momento immediatamente precedente, quando ormai la possibilità era solo una: cadere. Anche se mi aveva spiegato che per frenare avrei dovuto pedalare all’indietro, giunto il momento di farlo, cercavo disperatamente i freni sul manubrio ma, dannazione, non c’erano! Muovevo a vuoto le dita e mi ripetevo: “Non freno, non freno, non freno!!!” Iniziavo a perdere il controllo della mia bici, il manubrio zigzagava, mi avvicinavo sempre più all’alzata del marciapiede e nel tentativo di evitare il peggio, ho davvero pedalato all’indietro, ma non è stato sufficiente. L’epilogo potete immaginarlo: una tragica caduta a terra e risate neppure troppo sommesse degli astanti.  Non sapevo come comportarmi, speravo solo che lui mi aiutasse e per fortuna non si è fatto attendere: mi si è avvicinato di corsa, ha afferrato la bici e l’ha subito rialzata. C’era però qualcosa di strano nella sua voce, di cui faticavo persino a distinguere il timbro. Alzo finalmente lo sguardo e mi accorgo che il mio salvatore era un passante qualunque, mentre lui era avanti metri e non si era accorto di nulla! Ringrazio velocemente quel ragazzo per la pietà mostratami e con movimenti scattanti mi rimetto in piedi, monto in sella e inizio a pedalare più forte di prima, incurante del fatto che avrei potuto cadere di nuovo. Ora l’obiettivo era uno solo: raggiungerlo per urlargli che se non se ne fosse accorto – evidentemente no- io ero ca-du-ta! E lui dov’era?! Avanti, lontano, per i fatti suoi! Informato sull’accaduto, non era neppure riuscito a biascicare un marcio “mi dispiace”. Ecco, questo  sarebbe bastato per chiuderla lì, non tanto per la figuraccia in sé, ma per la sua indifferenza:  nessuno vedendoci da fuori avrebbe immaginato che fossimo in giro insieme e non c’è peggior solitudine di quella che si prova nella vicinanza. Alla fine di quel weekend avevo finalmente maturato la decisione: bisognava finirla! E l’ho fatto: l’ho piantato in Nasso come Teseo fece con Arianna. Non è questo il momento per inveire contro un farabutto che si è servito di una graziosa fanciulla – cui peraltro deve la vita- per poi abbandonarla su un’isola deserta dopo una notte d’amore. Facile, quasi istintivo, immedesimarsi in Arianna, ma oggi, se me lo permettete, vorrei sentirmi novella Teseo e portare sul carro del trionfo chi, come me, ha colto quell’ultimo virgulto di sano amor proprio  e ha scelto, finalmente, di lasciare.

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Se fossi stata in Arianna qualche dubbio, viste le premesse, forse lo avrei avuto, ma si sa che parlare con il senno di poi è più facile. Pasifae, la madre era uscita di senno, diventando la prima ninfomane della storia a noi nota: Minosse, il marito e re di Creta, si era rifiutato di sacrificare un toro bianco in onore di Poseidone e il dio si vendicò instillando nella donna una perversa passione per l’animale. Per far accoppiare la bella e la bestia, si rivolsero all’architetto Dedalo che costruì un’enorme vacca in legno cavo in cui Pasifae si sarebbe nascosta in attesa di congiungersi con il toro. Dall’amplesso non poteva che nascere una creatura mostruosa, metà uomo e metà animale, che già in fasce mostrò i primi segni di pericolosità. Minosse, allora, si rivolse di nuovo all’architetto di corte affinché costruisse per il figliastro un labirinto  tanto ben congeniato che per chiunque sarebbe stato impossibile uscire. Ogni anno il Minotauro aveva diritto a un pasto antropofago, offerto dalla città di Atene che inviava alla rivale Cnosso  sette fanciulle e sette fanciulli come vittime sacrificali, per le quali possiamo solo sperare che una volta gettate dentro al labirinto la morte -una delle più atroci- arrivasse il prima possibile. Deciso a porre fine a questa mattanza, Teseo, figlio del re di Atene, si offrì di partire per sfidare il mostro, ma sapeva bene di non poter fare tutto da solo: doveva architettare uno stratagemma, preferibilmente senza che nessuno dei fanciulli questa volta perdesse la vita, ma non era per nulla semplice. Quando non sapeva più a che divinità votarsi, ecco che s’imbattè in Arianna, la quale, manco a dirlo, si innamorò perdutamente di lui. Una creatura così femminile e delicata lì non c’entrava proprio nulla e infatti voleva andarsene, sparire da quella famiglia, dimenticarne le nefandezze e andare lontano, al di là del mare per non fare più ritorno. Nei fatti fu accontentata, nella forma – lei che si immaginava un finale da favola- un po’ meno, ma l’incontro con Teseo fu senza dubbio un’occasione da non lasciarsi sfuggire. Per garantirgli una via di fuga sicura gli diede un filo, rosso, come la passione che li legava e accompagnò il suo ingresso nel labirinto con lo sguardo; nel frattempo, lei sarebbe stata ferma ad aspettarlo all’uscita in attesa di riabbracciarlo vincitore. Grazie all’astuzia di Arianna tutto andò per il meglio: Teseo uccise il mostro e insieme ai fanciulli seguendo il filo – metodo più sicuro, ne converrete, delle briciole di Pollicino- trovò l’uscita.

Non so dirvi quando il meccanismo si inceppò, così come non ne saprei fornire una motivazione logica. Ma quando Arianna si svegliò, Teseo non c’era più; era appena salpato, tanto che lei  riusciva ancora a vedere distintamente le vele della nave. L’aveva lasciata sull’isola di Nasso e dopo di lei tante altre fanciulle avrebbero subìto la stessa sorte, in mille altri luoghi del mondo, ma Nasso divenne il luogo per antonomasia dell’abbandono, per cui tutte,  io compresa, siamo state almeno una volta “piantate in Nasso”. Ma cinque anni fa, io ho vestito i panni di Teseo: mi sono imbarcata, ho preso posto accanto al finestrino e non appena l’aereo ritirava il carrello l’ho fatto. Inutile dire che non ho lasciato nessuna Arianna angosciata e affranta a terra, ma il punto non è questo: era finalmente arrivato quel momento e, sì, l’ho piantato ad Amsterdam.

Ciao!

Sai cosa ti dico: CIAO!

Io posso stare senza te

senza più

tanti “se”

senza tanti “ma perché?”

senza un amore così

io posso stare, sì.

Vasco Rossi, Ciao

Chiara Bernocchi

*immagine tratta da AriannainNasso.blogspot.com

Penny, la mia eroina

Articolo tratto da Sulpicia.it

Non so voi, ma io ho sempre desiderato essere come lei: Penelope, Penny per gli amici. Sì, lo so, state già storcendo la bocca ma prima che pronunciate un perplesso: “Mah!”, badate bene che non è tutto come sembra. La fessa non è lei, casomai è lei che ha fatto fessi tutti! Siamo d’accordo che ha avuto la sua buona dose di sfortuna: tutti i mariti delle altre tornano a casa dalla guerra più cruenta che il mondo avesse mai vissuto (poi c’è chi, come Clitemnestra, attende il proprio uomo per ucciderlo e godersi finalmente l’amante, ma sono eventi rari), e il suo no! È l’unico che si è perso a vagabondare per l’orbe terracqueo, facendo perdere qualsiasi traccia di sé.

Doverosa premessa è che Odisseo non si è propriamente annoiato nei dieci anni di peripezie: a parte l’incontro ravvicinato con il Ciclope, Scilla e Cariddi ha vissuto parecchio tempo nel paradiso terrestre di Ogigia (paragonabile, che so… alle nostre Galapagos o Seychelles), in compagnia di Calipso che l’avrebbe tenuto sempre per sé senza chiedere nulla in cambio, se non prestarsi alle gioie dell’amore. Voi direte: “Chiamalo scemo!”, ma anche i migliori toy boys spiccano il volo prima o poi ed è quello che è capitato anche ad Odisseo che comunque, bisogna dirlo a sua difesa, si pentiva dopo ogni amplesso. Trascorreva ore d’amore divine tutti i giorni  (non foss’altro che Calipso era un’immortale per davvero) e tutti i giorni prendeva la via degli scogli, dove poteva perdere lo sguardo nell’orizzonte e… piangeva! Versava lacrime vere! Si struggeva di malinconia pensando alla sua Penny e alla sua rocciosa Itaca. Sognava sempre sua moglie, nonostante avrebbe potuto vivere con dee, la cui bellezza non sarebbe mai sfiorita con il tempo. Per lei ha rinunciato persino al dono dell’immortalità!  Insomma, dopo vent’anni senza mai vedersi il suo cuore era ancora e unicamente solo per Penelope. E lei cosa faceva nel frattempo?

Penny, intanto, era la donna più chiacchierata dell’isola. Non usciva mai dalle mura del palazzo, dove era sorvegliata a vista dalle ancelle, ma soprattutto da quei fauneschi signorotti dei Proci. Già il nome non è invitante, poi immaginateli a sbafarsi cibo e trangugiare vino tutti i santi giorni e avrete il quadro della situazione. Degna socia di Lenny Belardo, Penelope aveva capito che il suo successo sarebbe dipeso dalla creazione intorno a sé di un’aura di lontananza da quel popolo di pecoroni che aveva invaso la sua dimora. Più si nascondeva, più li teneva incollati a sé e più erano patelle attaccate allo scoglio, più riusciva a manipolarli. Erano tutti ai suoi piedi (ed erano un centinaio!), attendevano da lei un gesto che sbloccasse l’empasse cui li aveva costretti. Erano pedine mosse dalla sua arte seduttiva, mosche intrappolate nella tela del suo adescamento. Non aspettavano altro che la signora di casa si affacciasse voluttuosa alla balconata che dava sulla stanza del banchetto e annunciasse: “Adorate ancelle, Proci indegni dell’uomo che regnava su questa isola, è giunta l’ora che prenda un nuovo marito”. Invece, niente, mai una gioia per anni.

Astuta, eh, la nostra Penny a tenere in scacco tutti con il giochino della tela! Sì, bisogna convenire che la pazienza è una dote che non le mancava, ma volete mettere le qualità fisiche e psicologiche necessarie a reggere il castello di carta? Se pensate a Penelope come a una povera Cenerentola con gli occhi gonfi di lacrime che fissano l’orizzonte in attesa di scorgere le vele del suo uomo, per me vi sbagliate di grosso. Penelope ha accettato di buon grado la propria triste sorte (c’è da dire che un destino infausto tocca un po’ a tutti nell’epica), ma il suo punto di forza è stato quello di aver unito l’utile al dilettevole. Un po’: “Io ti aspetto e nel frattempo vivo” alla Mengoni… Era civettuola, sapeva come flirtare senza mai infrangere le regole del bon ton di una brava e devota moglie. Perché, dai, abita in tutti noi del sano narcisismo e quei pretendenti non saranno stati mica tutti vecchi, trasandati e maleodoranti in ugual misura! Le rare occasioni in cui si mostrava al pubblico di quei parassiti erano rituali solenni: io me la immagino scendere le scale con la sensualità di una Jessica Rabbit ante litteram, stretta in una veste di seta semitrasparente, con lo sguardo sardonico di chi sa di avere  in pugno la situazione. Guardare ma non toccare: questo era il mantra. E ce l’ha fatta! Ce l’ha fatta ad attendere, ma soprattutto a far attendere, intransigente nell’affermazione di sé e sola vera padrona del palazzo, dal momento che suo figlio Telemaco, senza il padre ad indirizzarlo, era poco più di un bamboccione. Si è innalzata al di sopra della gazzarra dei pretendenti e ha imparato a bastare a se stessa.

Per essere come Penny bisogna anche avere un fisico bestiale… Non ricevendo messaggi divini sul prossimo arrivo di tuo marito, né ricevendo oracoli che ne profetizzano la morte, non ti resta che imbellettarti ogni giorni nella speranza che sia quello buono. Mica vorrai farti cogliere di sorpresa! Così, ogni risveglio, è un cerimoniale che neppure il Re Sole! E l’unguento, la veste, la cintura, i gioielli, i sandali, l’acconciatura… Una bella fatica, considerando che già la notte la trascorreva insonne a fare e disfare la tela!…

Però, per me, era una donna troppo intelligente per essere schiava del trascorrere del tempo. Si agghindava quanto basta, ma non per apparire giovane e bella come vent’anni prima perché era certa che suo marito l’avrebbe trovata attraente come un tempo, se non di più, di un fascino impalpabile che solo due anime elettive posso percepire. Dopotutto, anche Odisseo non avrebbe potuto essere gagliardo come quando partì per Troia! Qua e là ha ricevuto qualche ritocchino magico da Atena che l’ha fatto apparire più alto e muscoloso, ma dopo tutti i naufragi, i dispiaceri e lo stress di fuggire alle tempeste scatenategli contro capite bene che un po’ sciupato doveva pur esserlo!

Comunque, questi aspetti fisici occupano il tempo di quisquilie per due amanti cui basta un segno per riconoscersi. E in effetti è andata così: non è stata propriamente una carrambata perché Odisseo vestiva i panni di un cencioso mendicante per poter entrare indisturbato nel palazzo e dare inizio alla carneficina dei Proci, per cui sarebbe stato davvero impossibile riconoscerlo. In realtà, gli occhi di quell’accattone  le dicevano qualcosa,  ma sapeva bene che gli dèi spesso si divertivano a tirare qualche tranello ai mortali, come era toccato alla povera Elena che in quattro e quattr’otto abbandonò il tetto di un prode coniuge per seguire un giovincello e codardo troiano. No, lei sarebbe stata più scaltra! Non avrebbe perso la reputazione acquisita in tutto quel tempo per essere caduta nelle braccia di uno qualunque! Doveva esserne più che certa e aveva bisogno di una prova incontrovertibile che quell’uomo fosse davvero il suo sposo. Astuta fino alla fine, inganna anche il più ingegnoso degli uomini che si inalbera non appena lei ordina alle ancelle di portare fuori il letto. Rimuovere il talamo? Impossibile! L’ha intagliato lui stesso in un enorme ulivo, solo una divinità avrebbe potuto spostarlo. Ecco il segno che Penelope aspettava!

Si sono attesi entrambi, certi l’uno dell’amore dell’altra.

“Credo in noi come se fossimo

di un’altra generazione

quella del bene sopra la ragione

quella che aspetto anche tutta la vita

per vederti tornare dalla guerra mondiale”

Zibba, Senza di te

Chiara Bernocchi

*copertina di Giuseppe Torre, La dama di cuori, tecnica mista, 70x50cm

Senza meta, in cammino — Bambole Spettinate Diavole del Focolare

Se mi stai leggendo […] molto probabilmente ami viaggiare. Forse hai la possibilità di farlo, ma sei bloccato dalla paura; forse sei indeciso sulla meta perché vorresti vedere infiniti luoghi e nell’attesa della decisione non parti per nessuna; forse pensi che in solitaria non sarebbe bello o facile, ma non sai a chi chiedere di […]

via Senza meta, in cammino — Bambole Spettinate Diavole del Focolare

La forza delle braccia

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La persona che vedete a destra con un cappellino rosa è Nina Polevikova, una donna che ventisette anni fa nell’ex URSS divenne madre di una bambina nata con spina bifida. Una famiglia modesta, che doveva già fare i conti con la povertà materiale e con un Paese dalla situazione storico-politica delicata, incapace di fornire ai singoli gli strumenti socio-culturali necessari per affrontare una simile disabilità. Nina probabilmente non aveva scelta o fu lasciata sola oppure semplicemente non ha avuto coraggio. Chi può sapere che cosa (o chi) l’abbia spinta a compiere l’ultima, estrema scelta dell’abbandono. Un gesto di brutale vigliaccheria? O un gesto di coraggio e di amore? Chi può dirlo… Ha scelto di abbandonare la propria figlia in un orfanotrofio? Ha dovuto farlo? Atteniamoci semplicemente ai fatti e accettiamo che Nina, ad un certo punto, non abbia più vissuto con sua figlia che, invece, ha continuato la sua vita in una struttura di San Pietroburgo. Qui le cose non andavano meglio: non riceveva le cure adatte e per di più non disponeva neppure di una sedia a rotelle, lei che era immobilizzata dalla vita in giù, ma dopotutto non c’erano neanche i pastelli per colorare. I bambini, però, amano giocare, vogliono muoversi…e sanno adattarsi. Così usa quello che ha a disposizione: le braccia. Cammina sostenendosi con gli arti superiori per i primi sei anni della sua vita. Un gesto istintivo, ma anche forzato dagli eventi e obbligatorio per continuare a vivere. Anche la figlia come la madre, in un certo senso, non ha avuto scelta.

Chi, invece, ha avuto scelta, e ha compiuto quella giusta, è stata Deborah McFadden che nel 1994 lavora per il Dipartimento di Salute degli Stati Uniti e si trova a visitare un orfanotrofio russo di San Pietroburgo. Conosce quella bambina affetta da spina bifida e la adotta, portandola con sé in America. Le dona una casa, una famiglia, oltre alla cure necessarie e, finalmente, una sedia a rotelle. La esorta a fare dello sport e insieme a lei combatte perché possa farlo al pari degli altri compagni di classe. Una battaglia, quella del diritto alla partecipazione ad attività sportive da parte dei disabili vinta anche grazie a questa bambina, perché “lo sport”- si legge nella direttiva emanata dal Ministero dell’Istruzione e voluta dal Presidente Obama “può garantire lezioni di disciplina, altruismo, passione e coraggio di inestimabile valore e gli alunni disabili devono avere pari opportunità di accesso a palestre, campi di addestramento e competizioni”.

Le due ruote le aprono, dunque, il mondo dello sport: basket, hockey sul ghiaccio, tennis e tennis da tavolo, ma anche nuoto ed immersioni. La scintilla, però, scoppia con l’atletica: la disciplina migliore per poter sfruttare la potenza di braccia e spalle allenate per spirito di sopravvivenza. A quindici anni, debutta alla Paralimpiadi di Atene 2004 come la più giovane atleta del Team USA e ottiene due medaglie. A Pechino 2008 raddoppia e a Londra 2012 altre quattro medaglie, tra cui tre ori. Il 2013 è l’inizio del triennio aureo con i sei ori vinti ai campionati del mondo di Lione e la vittoria del Grand Slam: prima nelle maratone di Londra, Boston, Chicago e New York per ben tre anni consecutivi, fino al 2015. Mai nessuno, disabile o normo-dotato come lei.

L’apice l’ha forse raggiunto nel 2014, al debutto ai giochi paralimpici invernali di Sochi: la sua prima volta sulla neve, una gara preparata in pochi mesi, ma che le è valso un argento e un quinto posto nella 12km. A vederla gareggiare dagli spalti c’erano le due donne che le hanno dato (e ridato) la vita e con loro anche il direttore dell’orfanotrofio dove è cresciuta. Tutti ad ammirare il suo coraggio, la sua tenacia, il suo successo come atleta e come donna. “Sono molto orgogliosa. È fantastico” ha dichiarato Nina “è un miracolo”. Nella foto, la donna stringe a sé la figlia biologica e con sguardo fiero si rivolge all’obiettivo. Non parlano neppure la stessa lingua, hanno avuto bisogno di un interprete per comunicare, ma ad unirle è stato il richiamo delle radici.

A Rio, dove l’atleta è arrivata con l’ambizioso obiettivo di una qualificazione in tutte e sette le distanze, maratona e staffetta comprese, la bandiera a stelle e strisce si è già levata tre volte in suo onore: un argento e due ori, il primo dei quali, vinto nei 400 proprio l’undici settembre, l’ha dedicato alla sua terra.

Il suo nome è Tatyana Mcfadden.

Chiara Bernocchi

 

#MartinaCaironi #CeciliaCamellini #GiuliaGhiretti: l’hashtag che non c’era

Ieri sera, cucina sistemata, fidanzato a letto, bimba nel lettino, piccolo chiwi sonnecchiante sulla mia pancia, guardo le Paralimpiadi e finalmente vedo l’atletica. Martina Caironi stava per iniziare il primo dei cinque salti in lungo. Dal giorno della cerimonia d’apertura, il 7 settembre, apro Twitter nella speranza di trovare un hashtag che ricordi i giochi per atleti disabili che si stanno svolgendo a Rio. Ho visto solo timide incursioni, ma nulla che facesse sospettare un interesse e una partecipazione reale del popolo social.

Intorno alle ore 00:30 al primo posto nei TT c’era #MissItalia con 18200 tweets. “C’è Miss Italia”, mi dico, e faccio zapping alla ricerca del canale e come altri milioni di italiani, stando al successo social, inizio a dare un’occhiata al programma. Ne erano rimaste una ventina e Facchinetti (era in trend pure lui con una valanga di insulti a suo carico), snocciolava il fatidico: “per te Miss Italia finisce qui/continua”. Le ragazze eliminate, sorrisone in camera oppure occhi al pavimento (e mamme sconsolate) finivano nella Delusion Room a farsi forza, che la vita va avanti, che il concorso di bellezza è pur sempre un trampolino di lancio, che l’importante è partecipare, che la vittoria è essere arrivata fin qui.

Faccio scorrere il TT e al decimo posto c’era #Mirigliani, al dodicesimo #Delusion Room, al quattordicesimo #Venier, al sedicesimo #Curvy e al ventesimo #Raoul Bova. Dominio assoluto di Missi Italia. Gli altri hashtag riguardavano il calcio, il premio Campiello e la Mostra di Venezia. Di Rio nulla.

Poi Facchinetti lancia un video delle ragazze contro la violenza sulle donne. Bella cosa. Invita gli utenti Fb a condividerlo dal profilo di Miss Italia e in breve il video raggiunge più di duemila condivisioni. Subito dopo parte la sfilata delle ragazze con il loro abito più bello…quello da sposa: per un passo avanti, una retromarcia nello stereotipo del principe azzurro e “nel sogno di qualsiasi ragazza”.

Con un tweet avviso che in quel momento stava gareggiando Martina, ma nessuno mi dà retta. Continuo a dare un’occhiata al concorso e il presentatore chiede alle ragazze di fare un urlo di gioia (imbarazzo)…qual è il loro segno scaramantico (imbarazzo: una fa roteare il microfono nell’incertezza sul da farsi, finchè dice di esser solita farsi il segno della croce. Francesco allora la invita a farsi il segno della croce. La miss dunque si fa il segno della croce con tanto di bacio finale. CR7 prendi esempio). Altra domanda a bruciapelo è cosa temi della tua avversaria: le due ragazze messe a confronto si osservano senza far venire meno il sorriso di circostanza, poi una risponde: “lo sguardo” e l’altra: “tutto, perché è bellissima”…carucce!

Intanto, Martina, amputata ad una gamba in seguito ad un incidente in motorino, migliorava di salto in salto la prestazione personale. Le protagoniste erano di fatto lei e la tedesca Vanessa Low , amputazione ad ambo le gambe, che ad ogni salto allungava la forbice con l’italiana arrivando a sfiorava i cinque metri. Era stupendo vederle saltare: la grinta, la determinazione, la voglia di farcela. E poi il coraggio, la bellezza dei loro corpi con movimenti così integrati e armoniosi. Uno spettacolo. L’argento era ormai sicuro così come l’oro della Low, i cui primi tre salti sono stati un world record. Salto: record del mondo. Altro salto: record del mondo. Terzo salto: record del mondo. Ma ci rendiamo conto?

Intorno all’una di notte italiana c’è stata la finale dei 400 sl categoria S11 (non vedenti) che ha visto protagonista Cecilia Camellini. A ventiquattro anni ha conquistato un argento storico, alle spalle dell’olandese Liesette Bruinsma. Ieri è stato anche il trionfo di Giulia Ghiretti che al suo esordio in una paralimpiade si è accaparrata un bronzo nei 50 dorso di categoria S5, con tanto di record personale (e italiano).

Stamattina, quindicesimo anniversario dell’attacco alle Twin Towers, oltre all’atteso #11settembre, troviamo ancora  l’hashtag #MissItalia e attualmente in quarta posizione, medaglia di legno, c’è il nome della vincitrice Rachele Risaliti.

Tanti saluti e grazie.

Chiara Bernocchi