Epiche, amiche e innamorate

Estratto del libro: “Epiche, amiche e innamorate” disponibile nel formato cartaceo e in e-book sul sito di Bookabook nella sezione: “Nuove Campagne” https://bookabook.it/libri/epiche-amiche-innamorate/

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Dell’amore offeso

Cara Dafne,

se solo potessi esprimere a parole lo splendore dell’uomo che mi ha rapito il cuore! I poeti dovrebbero decantare una tale bellezza e gli artisti farne un ritratto così che tutti la possano ammirare a occhi sgranati in ogni momento della loro vita, perché basterebbe vederla anche solo un attimo per non poterne più fare a meno.

Così è successo a me un giorno, mentre riposavo nella mia dimora tra i boschi; ad un tratto sentii i lamenti di un cervo intrappolato nella rete e appresso dei passi farsi sempre più vicini. Intimorita, mi nascosi dietro a un tronco finché vidi farsi largo tra i cespugli un uomo che con piglio sicuro si dirigeva verso l’animale. Mostrava un portamento fiero, uno sguardo volitivo e un corpo nel fiore della giovinezza. Il suo fascino mi incantò e rimasi così, immobile, a godere di quello spettacolo con i muscoli del corpo come pietrificati, il respiro lento e il battito flebile fin quasi a sparire. La mente era sgombra di qualsiasi pensiero ed era come se una forza mai conosciuta prima si impossessasse di me. Lo osservavo in religioso silenzioso, facendo attenzione a non disturbarlo: con gesti abili liberò il cervo dalla trappola e senza alcuno sforzo se lo sistemò sulle ampie spalle prima di ricominciare il suo cammino. Io gli stavo dietro, facendo capolino tra un albero e l’altro perché non mi vedesse. Non lo perdevo mai di vista e più gli stavo vicino, più mi sentivo ardere di una passione fuori controllo. Oh, quanto avrei voluto rivolgergli una parola! Dichiarargli il mio amore! Ma Giunone mi punì per la loquacità con cui ero solita intrattenerla mentre il suo consorte se la spassava con le amanti; ero garrula ed ora il silenzio è la mia pena. Parlo solo dopo gli altri e le uniche parole che possiedo sono le ultime da loro pronunciate.

Frattanto, vagando per il bosco, quell’uomo si accorse di aver perso il sentiero e insieme all’orientamento anche i compagni che erano con lui: «Amici miei, sono qui!» gridava ai quattro venti, «Sono qui… sono qui…» gli rispondevo io subito. «Chi va là? Sono Narciso!», «Narciso… Narciso…» dicevo e mentre lo ripetevo, quel nome mi inebriava, rendendo quasi lieve il mio castigo perché pronunciando le sue medesime parole mi sembrava di partecipare della sua stessa bellezza e mi sentivo bene. Lui, intanto, si meravigliava che la natura circostante lo conoscesse e sembrava trarne godimento; si aggirava incuriosito tra le piante alla ricerca del luogo da cui proveniva la voce… la mia, anzi la sua voce. Io non possiedo più nulla: appartengo a lui, perché ogni mia azione, ogni mio pensiero proviene dall’amore che provo per lui.

«C’è qualcuno?» continuava, «Qualcuno… qualcuno…» rispondevo io e quanto più pronunciava parole, tanto più le riceveva in ritorno.

Quanto vorrei sapesse che lo amo alla follia e cosa non farei per farlo cadere tra le mie braccia! Quale consiglio puoi dare a una giovane donna che si strugge d’amore

Eco

Oh no not I, I will survive

Oh as long as I know how to love

I know I’ll stay alive

I’ve got all my life to live, I’ve got all my love to give,

And I’ll survive, I will survive, I will survive.

I will survive, Gloria Gaynor

Estratto del libro: “Epiche, amiche e innamorate” disponibile nel formato cartaceo e in e-book sul sito di Bookabook nella sezione: “Nuove Campagne” https://bookabook.it/libri/epiche-amiche-innamorate/

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Penny, la mia eroina

Articolo tratto da Sulpicia.it

Non so voi, ma io ho sempre desiderato essere come lei: Penelope, Penny per gli amici. Sì, lo so, state già storcendo la bocca ma prima che pronunciate un perplesso: “Mah!”, badate bene che non è tutto come sembra. La fessa non è lei, casomai è lei che ha fatto fessi tutti! Siamo d’accordo che ha avuto la sua buona dose di sfortuna: tutti i mariti delle altre tornano a casa dalla guerra più cruenta che il mondo avesse mai vissuto (poi c’è chi, come Clitemnestra, attende il proprio uomo per ucciderlo e godersi finalmente l’amante, ma sono eventi rari), e il suo no! È l’unico che si è perso a vagabondare per l’orbe terracqueo, facendo perdere qualsiasi traccia di sé.

Doverosa premessa è che Odisseo non si è propriamente annoiato nei dieci anni di peripezie: a parte l’incontro ravvicinato con il Ciclope, Scilla e Cariddi ha vissuto parecchio tempo nel paradiso terrestre di Ogigia (paragonabile, che so… alle nostre Galapagos o Seychelles), in compagnia di Calipso che l’avrebbe tenuto sempre per sé senza chiedere nulla in cambio, se non prestarsi alle gioie dell’amore. Voi direte: “Chiamalo scemo!”, ma anche i migliori toy boys spiccano il volo prima o poi ed è quello che è capitato anche ad Odisseo che comunque, bisogna dirlo a sua difesa, si pentiva dopo ogni amplesso. Trascorreva ore d’amore divine tutti i giorni  (non foss’altro che Calipso era un’immortale per davvero) e tutti i giorni prendeva la via degli scogli, dove poteva perdere lo sguardo nell’orizzonte e… piangeva! Versava lacrime vere! Si struggeva di malinconia pensando alla sua Penny e alla sua rocciosa Itaca. Sognava sempre sua moglie, nonostante avrebbe potuto vivere con dee, la cui bellezza non sarebbe mai sfiorita con il tempo. Per lei ha rinunciato persino al dono dell’immortalità!  Insomma, dopo vent’anni senza mai vedersi il suo cuore era ancora e unicamente solo per Penelope. E lei cosa faceva nel frattempo?

Penny, intanto, era la donna più chiacchierata dell’isola. Non usciva mai dalle mura del palazzo, dove era sorvegliata a vista dalle ancelle, ma soprattutto da quei fauneschi signorotti dei Proci. Già il nome non è invitante, poi immaginateli a sbafarsi cibo e trangugiare vino tutti i santi giorni e avrete il quadro della situazione. Degna socia di Lenny Belardo, Penelope aveva capito che il suo successo sarebbe dipeso dalla creazione intorno a sé di un’aura di lontananza da quel popolo di pecoroni che aveva invaso la sua dimora. Più si nascondeva, più li teneva incollati a sé e più erano patelle attaccate allo scoglio, più riusciva a manipolarli. Erano tutti ai suoi piedi (ed erano un centinaio!), attendevano da lei un gesto che sbloccasse l’empasse cui li aveva costretti. Erano pedine mosse dalla sua arte seduttiva, mosche intrappolate nella tela del suo adescamento. Non aspettavano altro che la signora di casa si affacciasse voluttuosa alla balconata che dava sulla stanza del banchetto e annunciasse: “Adorate ancelle, Proci indegni dell’uomo che regnava su questa isola, è giunta l’ora che prenda un nuovo marito”. Invece, niente, mai una gioia per anni.

Astuta, eh, la nostra Penny a tenere in scacco tutti con il giochino della tela! Sì, bisogna convenire che la pazienza è una dote che non le mancava, ma volete mettere le qualità fisiche e psicologiche necessarie a reggere il castello di carta? Se pensate a Penelope come a una povera Cenerentola con gli occhi gonfi di lacrime che fissano l’orizzonte in attesa di scorgere le vele del suo uomo, per me vi sbagliate di grosso. Penelope ha accettato di buon grado la propria triste sorte (c’è da dire che un destino infausto tocca un po’ a tutti nell’epica), ma il suo punto di forza è stato quello di aver unito l’utile al dilettevole. Un po’: “Io ti aspetto e nel frattempo vivo” alla Mengoni… Era civettuola, sapeva come flirtare senza mai infrangere le regole del bon ton di una brava e devota moglie. Perché, dai, abita in tutti noi del sano narcisismo e quei pretendenti non saranno stati mica tutti vecchi, trasandati e maleodoranti in ugual misura! Le rare occasioni in cui si mostrava al pubblico di quei parassiti erano rituali solenni: io me la immagino scendere le scale con la sensualità di una Jessica Rabbit ante litteram, stretta in una veste di seta semitrasparente, con lo sguardo sardonico di chi sa di avere  in pugno la situazione. Guardare ma non toccare: questo era il mantra. E ce l’ha fatta! Ce l’ha fatta ad attendere, ma soprattutto a far attendere, intransigente nell’affermazione di sé e sola vera padrona del palazzo, dal momento che suo figlio Telemaco, senza il padre ad indirizzarlo, era poco più di un bamboccione. Si è innalzata al di sopra della gazzarra dei pretendenti e ha imparato a bastare a se stessa.

Per essere come Penny bisogna anche avere un fisico bestiale… Non ricevendo messaggi divini sul prossimo arrivo di tuo marito, né ricevendo oracoli che ne profetizzano la morte, non ti resta che imbellettarti ogni giorni nella speranza che sia quello buono. Mica vorrai farti cogliere di sorpresa! Così, ogni risveglio, è un cerimoniale che neppure il Re Sole! E l’unguento, la veste, la cintura, i gioielli, i sandali, l’acconciatura… Una bella fatica, considerando che già la notte la trascorreva insonne a fare e disfare la tela!…

Però, per me, era una donna troppo intelligente per essere schiava del trascorrere del tempo. Si agghindava quanto basta, ma non per apparire giovane e bella come vent’anni prima perché era certa che suo marito l’avrebbe trovata attraente come un tempo, se non di più, di un fascino impalpabile che solo due anime elettive posso percepire. Dopotutto, anche Odisseo non avrebbe potuto essere gagliardo come quando partì per Troia! Qua e là ha ricevuto qualche ritocchino magico da Atena che l’ha fatto apparire più alto e muscoloso, ma dopo tutti i naufragi, i dispiaceri e lo stress di fuggire alle tempeste scatenategli contro capite bene che un po’ sciupato doveva pur esserlo!

Comunque, questi aspetti fisici occupano il tempo di quisquilie per due amanti cui basta un segno per riconoscersi. E in effetti è andata così: non è stata propriamente una carrambata perché Odisseo vestiva i panni di un cencioso mendicante per poter entrare indisturbato nel palazzo e dare inizio alla carneficina dei Proci, per cui sarebbe stato davvero impossibile riconoscerlo. In realtà, gli occhi di quell’accattone  le dicevano qualcosa,  ma sapeva bene che gli dèi spesso si divertivano a tirare qualche tranello ai mortali, come era toccato alla povera Elena che in quattro e quattr’otto abbandonò il tetto di un prode coniuge per seguire un giovincello e codardo troiano. No, lei sarebbe stata più scaltra! Non avrebbe perso la reputazione acquisita in tutto quel tempo per essere caduta nelle braccia di uno qualunque! Doveva esserne più che certa e aveva bisogno di una prova incontrovertibile che quell’uomo fosse davvero il suo sposo. Astuta fino alla fine, inganna anche il più ingegnoso degli uomini che si inalbera non appena lei ordina alle ancelle di portare fuori il letto. Rimuovere il talamo? Impossibile! L’ha intagliato lui stesso in un enorme ulivo, solo una divinità avrebbe potuto spostarlo. Ecco il segno che Penelope aspettava!

Si sono attesi entrambi, certi l’uno dell’amore dell’altra.

“Credo in noi come se fossimo

di un’altra generazione

quella del bene sopra la ragione

quella che aspetto anche tutta la vita

per vederti tornare dalla guerra mondiale”

Zibba, Senza di te

Chiara Bernocchi

*copertina di Giuseppe Torre, La dama di cuori, tecnica mista, 70x50cm