La forza delle braccia

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La persona che vedete a destra con un cappellino rosa è Nina Polevikova, una donna che ventisette anni fa nell’ex URSS divenne madre di una bambina nata con spina bifida. Una famiglia modesta, che doveva già fare i conti con la povertà materiale e con un Paese dalla situazione storico-politica delicata, incapace di fornire ai singoli gli strumenti socio-culturali necessari per affrontare una simile disabilità. Nina probabilmente non aveva scelta o fu lasciata sola oppure semplicemente non ha avuto coraggio. Chi può sapere che cosa (o chi) l’abbia spinta a compiere l’ultima, estrema scelta dell’abbandono. Un gesto di brutale vigliaccheria? O un gesto di coraggio e di amore? Chi può dirlo… Ha scelto di abbandonare la propria figlia in un orfanotrofio? Ha dovuto farlo? Atteniamoci semplicemente ai fatti e accettiamo che Nina, ad un certo punto, non abbia più vissuto con sua figlia che, invece, ha continuato la sua vita in una struttura di San Pietroburgo. Qui le cose non andavano meglio: non riceveva le cure adatte e per di più non disponeva neppure di una sedia a rotelle, lei che era immobilizzata dalla vita in giù, ma dopotutto non c’erano neanche i pastelli per colorare. I bambini, però, amano giocare, vogliono muoversi…e sanno adattarsi. Così usa quello che ha a disposizione: le braccia. Cammina sostenendosi con gli arti superiori per i primi sei anni della sua vita. Un gesto istintivo, ma anche forzato dagli eventi e obbligatorio per continuare a vivere. Anche la figlia come la madre, in un certo senso, non ha avuto scelta.

Chi, invece, ha avuto scelta, e ha compiuto quella giusta, è stata Deborah McFadden che nel 1994 lavora per il Dipartimento di Salute degli Stati Uniti e si trova a visitare un orfanotrofio russo di San Pietroburgo. Conosce quella bambina affetta da spina bifida e la adotta, portandola con sé in America. Le dona una casa, una famiglia, oltre alla cure necessarie e, finalmente, una sedia a rotelle. La esorta a fare dello sport e insieme a lei combatte perché possa farlo al pari degli altri compagni di classe. Una battaglia, quella del diritto alla partecipazione ad attività sportive da parte dei disabili vinta anche grazie a questa bambina, perché “lo sport”- si legge nella direttiva emanata dal Ministero dell’Istruzione e voluta dal Presidente Obama “può garantire lezioni di disciplina, altruismo, passione e coraggio di inestimabile valore e gli alunni disabili devono avere pari opportunità di accesso a palestre, campi di addestramento e competizioni”.

Le due ruote le aprono, dunque, il mondo dello sport: basket, hockey sul ghiaccio, tennis e tennis da tavolo, ma anche nuoto ed immersioni. La scintilla, però, scoppia con l’atletica: la disciplina migliore per poter sfruttare la potenza di braccia e spalle allenate per spirito di sopravvivenza. A quindici anni, debutta alla Paralimpiadi di Atene 2004 come la più giovane atleta del Team USA e ottiene due medaglie. A Pechino 2008 raddoppia e a Londra 2012 altre quattro medaglie, tra cui tre ori. Il 2013 è l’inizio del triennio aureo con i sei ori vinti ai campionati del mondo di Lione e la vittoria del Grand Slam: prima nelle maratone di Londra, Boston, Chicago e New York per ben tre anni consecutivi, fino al 2015. Mai nessuno, disabile o normo-dotato come lei.

L’apice l’ha forse raggiunto nel 2014, al debutto ai giochi paralimpici invernali di Sochi: la sua prima volta sulla neve, una gara preparata in pochi mesi, ma che le è valso un argento e un quinto posto nella 12km. A vederla gareggiare dagli spalti c’erano le due donne che le hanno dato (e ridato) la vita e con loro anche il direttore dell’orfanotrofio dove è cresciuta. Tutti ad ammirare il suo coraggio, la sua tenacia, il suo successo come atleta e come donna. “Sono molto orgogliosa. È fantastico” ha dichiarato Nina “è un miracolo”. Nella foto, la donna stringe a sé la figlia biologica e con sguardo fiero si rivolge all’obiettivo. Non parlano neppure la stessa lingua, hanno avuto bisogno di un interprete per comunicare, ma ad unirle è stato il richiamo delle radici.

A Rio, dove l’atleta è arrivata con l’ambizioso obiettivo di una qualificazione in tutte e sette le distanze, maratona e staffetta comprese, la bandiera a stelle e strisce si è già levata tre volte in suo onore: un argento e due ori, il primo dei quali, vinto nei 400 proprio l’undici settembre, l’ha dedicato alla sua terra.

Il suo nome è Tatyana Mcfadden.

Chiara Bernocchi

 

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Una proposta (di legge) per genitori responsabili

Il ddl 2330 presentato dalla senatrice Venera Padua (PD) e sottoscritto da altri 11 senatori in maggioranza PD tra cui la ex atleta Josefa Idem, ma anche da esponenti del gruppo misto come Serenella Fucksia, intende promuovere la creazione di corsi di responsabilità genitoriale.
Un articolo di Gianluca Abate sul Corriere online di oggi recitava: «Quella legge che vuole insegnare a essere dei buoni genitori». La provocazione del titolo consentiva una facile liquidazione della proposta di legge a boutade estiva, ma in realtà, leggendo il testo del disegno di legge l’impressione è diversa. Non si fa, tanto per iniziare, nessun riferimento a una presunta «bontà» genitoriale, bensì (e ed è cosa ben diversa) a una «responsabilità» del ruolo di genitore. Non mi sembra, inoltre, che l’intenzione sia quella di insegnare semplicemente come allevare figli nel modo migliore, proponendo ricette e metodi infallibili, ma piuttosto come essere genitori in modo consapevole e quindi capaci di «rispondere», appunto, delle proprie scelte ed azioni, dei propri diritti e doveri.
La proposta di legge muove i passi dall’introduzione nel Decreto Legislativo 28/12/2013 nº 154 del principio di unicità dello stato di figlio, anche adottivo, e la conseguente eliminazione delle differenze tra figlio «legittimo» e figlio «naturale». Etichette abolite, dunque, e tutti uguali i figli nati fuori o dentro dal matrimonio oppure adottati, tutti con gli stessi diritti. Le modifiche in materia di filiazione proseguono con la sostituzione della vetusta, autoritaria e patriarcale «potestà genitoriale» con la più moderna, autorevole e problematica «responsabilità genitoriale».
L’introduzione di un tale concetto non poteva bastare a se stesso: il rischio sarebbe stato quello di relegare il tutto a una vaga nozione teorica o a una banale modifica linguistica. Parallelamente alle misure economiche di sostegno alla maternità e paternità (di certo perfettibili), la nuova proposta di legge riconosce l’importanza di «promuovere adeguati percorsi formativi per chi diventa genitore, ovvero padre o madre». Più nello specifico, si tratta di «favorire la diffusione di attività e misure di sostegno volti alla migliore diffusione dei doveri e responsabilità connessi alla funzione genitoriale […], sia nella fase in cui si diventa per la prima volta genitori sia per quelle che seguono lo sviluppo del figlio». Una particolare attenzione è rivolta alla nascita del primo figlio, momento di certo inebriante ma anche complicato dall’inevitabile insorgenza di nuovi e delicati equilibri per ogni famiglia, soprattutto per quelle «che vivono ai margini della società». Sarà compito del Ministro dell’istruzione emanare le linee guida riguardanti le «misure volte a fornire ai genitori conoscenze differenziate e legate ai differenti stadi di sviluppo dei figli di ogni età, anche mediante la diffusione di metodi e di strumenti» basati sulle più moderne ricerche scientifiche. Alle città metropolitane e ai comuni spetterà il compito dell’organizzazione dei corsi di formazione (con l’opportunità di avvalersi del supporto di associazioni psico-pedagogighe), e dell’individuazione delle sedi (scuole, università, enti di ricerca) più appropriate.
Un progetto di legge rivolto, in primis, a famiglie «pluriproblematiche», ma dal quale ogni nucleo familiare potrà trarre vantaggio in quanto mi sembra che esso contenga in nuce la volontà di un cambiamento di rotta, nonché la necessità di un salto qualitativo e generazionale nell’educazione dei figli a fronte delle nuove e complesse sfide del mondo moderno. Un richiamo forte alla famiglia come nucleo primario e fondante della società, affinché non si trovi ad affrontare in solitudine un compito a tratti troppo impegnativo. Membri di associazioni esperte in puericoltura, pedagogia, psicologia, nutrizionismo, sessuologia, piuttosto che di attachment parenting e di massaggio neonatale diventerebbero, così, i degni alleati del personale medico degli enti pubblici sanitari cui già le famiglie possono rivolgersi. Si preparerebbe il terreno, dunque, a una genitorialità più consapevole, che renda l’informazione, lo spirito critico e il confronto i solidi pilastri del proprio progetto educativo.
Ad ogni modo, la strada è ancora lunga, si tratta solo di un disegno di legge con un’unica, vera e grande pecca in calce: la Clausola di invarianza finanziaria (Art. 3): dove si legge che «dall’attuazione della […] presente non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica» per cui si dovrà provvedere alle attività formative potendo contare sulle «risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente».

Chiara Bernocchi