Quando è bene piantarla in Nasso come Teseo

Il momento più imbarazzante della mia vita l’ho vissuto ad Amsterdam, in un pomeriggio insolitamente mite di fine settembre di cinque anni fa. Faceva caldo per davvero in quel weekend e gli olandesi -mi disse- allo spuntare del primo raggio di sole sbucano come lucertole. Se si tratta di giorni feriali -aggiunse- escono dal lavoro in anticipo, prendono i figli e si godono il bel tempo. Parlava come chi conosceva alla perfezione le abitudini del luogo, ma aveva visto solo Amsterdam e ci viveva da meno di tre mesi, per cui non potrei accertare la bontà della sua affermazione; posso solo dirvi che in quelle trentasei ore circa di permanenza di sproloqui ne avrei sentiti parecchi.

Tornando alla mia figuraccia, confesso di averne avuto il presagio solo nel momento immediatamente precedente, quando ormai la possibilità era solo una: cadere. Anche se mi aveva spiegato che per frenare avrei dovuto pedalare all’indietro, giunto il momento di farlo, cercavo disperatamente i freni sul manubrio ma, dannazione, non c’erano! Muovevo a vuoto le dita e mi ripetevo: “Non freno, non freno, non freno!!!” Iniziavo a perdere il controllo della mia bici, il manubrio zigzagava, mi avvicinavo sempre più all’alzata del marciapiede e nel tentativo di evitare il peggio, ho davvero pedalato all’indietro, ma non è stato sufficiente. L’epilogo potete immaginarlo: una tragica caduta a terra e risate neppure troppo sommesse degli astanti.  Non sapevo come comportarmi, speravo solo che lui mi aiutasse e per fortuna non si è fatto attendere: mi si è avvicinato di corsa, ha afferrato la bici e l’ha subito rialzata. C’era però qualcosa di strano nella sua voce, di cui faticavo persino a distinguere il timbro. Alzo finalmente lo sguardo e mi accorgo che il mio salvatore era un passante qualunque, mentre lui era avanti metri e non si era accorto di nulla! Ringrazio velocemente quel ragazzo per la pietà mostratami e con movimenti scattanti mi rimetto in piedi, monto in sella e inizio a pedalare più forte di prima, incurante del fatto che avrei potuto cadere di nuovo. Ora l’obiettivo era uno solo: raggiungerlo per urlargli che se non se ne fosse accorto – evidentemente no- io ero ca-du-ta! E lui dov’era?! Avanti, lontano, per i fatti suoi! Informato sull’accaduto, non era neppure riuscito a biascicare un marcio “mi dispiace”. Ecco, questo  sarebbe bastato per chiuderla lì, non tanto per la figuraccia in sé, ma per la sua indifferenza:  nessuno vedendoci da fuori avrebbe immaginato che fossimo in giro insieme e non c’è peggior solitudine di quella che si prova nella vicinanza. Alla fine di quel weekend avevo finalmente maturato la decisione: bisognava finirla! E l’ho fatto: l’ho piantato in Nasso come Teseo fece con Arianna. Non è questo il momento per inveire contro un farabutto che si è servito di una graziosa fanciulla – cui peraltro deve la vita- per poi abbandonarla su un’isola deserta dopo una notte d’amore. Facile, quasi istintivo, immedesimarsi in Arianna, ma oggi, se me lo permettete, vorrei sentirmi novella Teseo e portare sul carro del trionfo chi, come me, ha colto quell’ultimo virgulto di sano amor proprio  e ha scelto, finalmente, di lasciare.

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Se fossi stata in Arianna qualche dubbio, viste le premesse, forse lo avrei avuto, ma si sa che parlare con il senno di poi è più facile. Pasifae, la madre era uscita di senno, diventando la prima ninfomane della storia a noi nota: Minosse, il marito e re di Creta, si era rifiutato di sacrificare un toro bianco in onore di Poseidone e il dio si vendicò instillando nella donna una perversa passione per l’animale. Per far accoppiare la bella e la bestia, si rivolsero all’architetto Dedalo che costruì un’enorme vacca in legno cavo in cui Pasifae si sarebbe nascosta in attesa di congiungersi con il toro. Dall’amplesso non poteva che nascere una creatura mostruosa, metà uomo e metà animale, che già in fasce mostrò i primi segni di pericolosità. Minosse, allora, si rivolse di nuovo all’architetto di corte affinché costruisse per il figliastro un labirinto  tanto ben congeniato che per chiunque sarebbe stato impossibile uscire. Ogni anno il Minotauro aveva diritto a un pasto antropofago, offerto dalla città di Atene che inviava alla rivale Cnosso  sette fanciulle e sette fanciulli come vittime sacrificali, per le quali possiamo solo sperare che una volta gettate dentro al labirinto la morte -una delle più atroci- arrivasse il prima possibile. Deciso a porre fine a questa mattanza, Teseo, figlio del re di Atene, si offrì di partire per sfidare il mostro, ma sapeva bene di non poter fare tutto da solo: doveva architettare uno stratagemma, preferibilmente senza che nessuno dei fanciulli questa volta perdesse la vita, ma non era per nulla semplice. Quando non sapeva più a che divinità votarsi, ecco che s’imbattè in Arianna, la quale, manco a dirlo, si innamorò perdutamente di lui. Una creatura così femminile e delicata lì non c’entrava proprio nulla e infatti voleva andarsene, sparire da quella famiglia, dimenticarne le nefandezze e andare lontano, al di là del mare per non fare più ritorno. Nei fatti fu accontentata, nella forma – lei che si immaginava un finale da favola- un po’ meno, ma l’incontro con Teseo fu senza dubbio un’occasione da non lasciarsi sfuggire. Per garantirgli una via di fuga sicura gli diede un filo, rosso, come la passione che li legava e accompagnò il suo ingresso nel labirinto con lo sguardo; nel frattempo, lei sarebbe stata ferma ad aspettarlo all’uscita in attesa di riabbracciarlo vincitore. Grazie all’astuzia di Arianna tutto andò per il meglio: Teseo uccise il mostro e insieme ai fanciulli seguendo il filo – metodo più sicuro, ne converrete, delle briciole di Pollicino- trovò l’uscita.

Non so dirvi quando il meccanismo si inceppò, così come non ne saprei fornire una motivazione logica. Ma quando Arianna si svegliò, Teseo non c’era più; era appena salpato, tanto che lei  riusciva ancora a vedere distintamente le vele della nave. L’aveva lasciata sull’isola di Nasso e dopo di lei tante altre fanciulle avrebbero subìto la stessa sorte, in mille altri luoghi del mondo, ma Nasso divenne il luogo per antonomasia dell’abbandono, per cui tutte,  io compresa, siamo state almeno una volta “piantate in Nasso”. Ma cinque anni fa, io ho vestito i panni di Teseo: mi sono imbarcata, ho preso posto accanto al finestrino e non appena l’aereo ritirava il carrello l’ho fatto. Inutile dire che non ho lasciato nessuna Arianna angosciata e affranta a terra, ma il punto non è questo: era finalmente arrivato quel momento e, sì, l’ho piantato ad Amsterdam.

Ciao!

Sai cosa ti dico: CIAO!

Io posso stare senza te

senza più

tanti “se”

senza tanti “ma perché?”

senza un amore così

io posso stare, sì.

Vasco Rossi, Ciao

Chiara Bernocchi

*immagine tratta da AriannainNasso.blogspot.com

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