“L’amore non è una né una favola né una tragedia: è quel che sta nel mezzo” righe su “Epiche, amiche e innamorate”.

Righe di Arte

WDM32547Arianna a Nasso, della pittrice preraffaellita Evelyn de Morgan (1877)

Alla fine è solo colpa di Zeus se noi poveri esseri umani ci affanniamo tutta la vita, o buona parte di essa, a ricercare l’Amore Perfetto, l’altra metà della mela, la nostra anima gemella, l’essere che ci completa e che ci fa sentire invincibili e perfetti. L’amore che ci fa credere all’Eternità.

Nella mitologia greca troviamo non solo l’origine e la spiegazione di tutti i patimenti d’amore, ma anche l’amore in tutte le sue forme, più o meno positive. L’amore corrisposto ma osteggiato dagli eventi, l’amore tradito, l’amore offeso, l’amore non corrisposto, l’amore violento.

Tutte queste forme d’amore, viste attraverso gli occhi di donne immortali e moderne, sono presenti nel primo romanzo di Chiara Bernocchi, Epiche, amiche e innamorate, per il quale la casa editrice Bookabook ha di recente lanciato una campagna di crowdfundin per procederne con la pubblicazione.

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Epiche, amiche e innamorate

Grazie a Pin@ per la segnalazione!

Bambole Spettinate Diavole del Focolare

Oggi voglio parlarvi di Epiche, amiche e innamorate, libro scritto dalla nostra collaboratrice Chiara.

Il libro è un breve romanzo epistolare che raccoglie le lettere di cinque coppie di donne del mito e dell’epos sulla tematica dell’amore  (coniugale, fedele, offeso, maturo e materno ). Arianna piantata in Nasso da Teseo, per esempio, consola Didone abbandonata da Enea, Andromaca e Penelope attendono insieme la fine della guerra, Psiche convince Calipso a chiudere una relazione che non ha alcuna possibilità di decollare. Eco e Dafne gridano la loro denuncia contro gli uomini che le hanno offese ed infine Teti e Atena si confrontano sull’idea di madre e di maternità.

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Epiche, amiche e innamorate

Estratto del libro: “Epiche, amiche e innamorate” disponibile nel formato cartaceo e in e-book sul sito di Bookabook nella sezione: “Nuove Campagne” https://bookabook.it/libri/epiche-amiche-innamorate/

Grazie a chiunque volesse condividere e sostenere la campagna di crowdfunding!

Dell’amore offeso

Cara Dafne,

se solo potessi esprimere a parole lo splendore dell’uomo che mi ha rapito il cuore! I poeti dovrebbero decantare una tale bellezza e gli artisti farne un ritratto così che tutti la possano ammirare a occhi sgranati in ogni momento della loro vita, perché basterebbe vederla anche solo un attimo per non poterne più fare a meno.

Così è successo a me un giorno, mentre riposavo nella mia dimora tra i boschi; ad un tratto sentii i lamenti di un cervo intrappolato nella rete e appresso dei passi farsi sempre più vicini. Intimorita, mi nascosi dietro a un tronco finché vidi farsi largo tra i cespugli un uomo che con piglio sicuro si dirigeva verso l’animale. Mostrava un portamento fiero, uno sguardo volitivo e un corpo nel fiore della giovinezza. Il suo fascino mi incantò e rimasi così, immobile, a godere di quello spettacolo con i muscoli del corpo come pietrificati, il respiro lento e il battito flebile fin quasi a sparire. La mente era sgombra di qualsiasi pensiero ed era come se una forza mai conosciuta prima si impossessasse di me. Lo osservavo in religioso silenzioso, facendo attenzione a non disturbarlo: con gesti abili liberò il cervo dalla trappola e senza alcuno sforzo se lo sistemò sulle ampie spalle prima di ricominciare il suo cammino. Io gli stavo dietro, facendo capolino tra un albero e l’altro perché non mi vedesse. Non lo perdevo mai di vista e più gli stavo vicino, più mi sentivo ardere di una passione fuori controllo. Oh, quanto avrei voluto rivolgergli una parola! Dichiarargli il mio amore! Ma Giunone mi punì per la loquacità con cui ero solita intrattenerla mentre il suo consorte se la spassava con le amanti; ero garrula ed ora il silenzio è la mia pena. Parlo solo dopo gli altri e le uniche parole che possiedo sono le ultime da loro pronunciate.

Frattanto, vagando per il bosco, quell’uomo si accorse di aver perso il sentiero e insieme all’orientamento anche i compagni che erano con lui: «Amici miei, sono qui!» gridava ai quattro venti, «Sono qui… sono qui…» gli rispondevo io subito. «Chi va là? Sono Narciso!», «Narciso… Narciso…» dicevo e mentre lo ripetevo, quel nome mi inebriava, rendendo quasi lieve il mio castigo perché pronunciando le sue medesime parole mi sembrava di partecipare della sua stessa bellezza e mi sentivo bene. Lui, intanto, si meravigliava che la natura circostante lo conoscesse e sembrava trarne godimento; si aggirava incuriosito tra le piante alla ricerca del luogo da cui proveniva la voce… la mia, anzi la sua voce. Io non possiedo più nulla: appartengo a lui, perché ogni mia azione, ogni mio pensiero proviene dall’amore che provo per lui.

«C’è qualcuno?» continuava, «Qualcuno… qualcuno…» rispondevo io e quanto più pronunciava parole, tanto più le riceveva in ritorno.

Quanto vorrei sapesse che lo amo alla follia e cosa non farei per farlo cadere tra le mie braccia! Quale consiglio puoi dare a una giovane donna che si strugge d’amore

Eco

Oh no not I, I will survive

Oh as long as I know how to love

I know I’ll stay alive

I’ve got all my life to live, I’ve got all my love to give,

And I’ll survive, I will survive, I will survive.

I will survive, Gloria Gaynor

Estratto del libro: “Epiche, amiche e innamorate” disponibile nel formato cartaceo e in e-book sul sito di Bookabook nella sezione: “Nuove Campagne” https://bookabook.it/libri/epiche-amiche-innamorate/

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Ti leggo un libro

Bambole Spettinate Diavole del Focolare

Nel  fantastico paese di Ollolai, nell’entroterra brullo di un’isola dal mare cristallino, un giovane folletto dai riccioli rosso acceso si reca nelle case dei saggi, armata di parole su carta e sorrisi.

La storia di Stefania Corona, ragazza sarda di 30 anni,  protagonista insieme agli ascoltatori anziani del progetto: “Ti leggo un libro” ha il sapore di una favola; ma ancor più lieto del finale è la realtà di un piccolo comune che fa scuola, che dà una lezione di cultura e civiltà, coniugando bibliofilìa e sociale, avvicinando due generazioni ideali – nonni e nipoti – su un medesimo terreno di autoctono background.

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Amore a distanza

Amata mia,

ti scrivo nel giorno del nostro primo anniversario di solitudine. Sappi che da quando te ne sei andata nulla qui è cambiato: non le mie abitudini, non le suppellettili rimaste lì dove sono sempre state, non il miagolìo mattutino di Cupido che sguscia in camera da letto, accoccolandosi sul tuo cuscino.

Ti chiedo perdono se a lungo sono stato egoista ma non sopportavo l’idea di non averti con me, per cui mi sono deciso solo quando era diventato pericoloso per la tua stessa salute.

Lo ripetevi ogni giorno, in un’ostinata cantilena rivolta ora ai tuoi fratelli – dei quali ricordavi tutti e otto i nomi – ora alle tue cugine, ora a tua mamma, che volevi andare «a casa», finché un giorno ti dissero che ti ci avrebbero accompagnato per davvero e tu non hai avuto il minimo tentennamento. Senza neppure rivolgermi uno sguardo di saluto te ne sei andata, lasciandomi in un deserto. Per te ero diventato nessuno e mille persone insieme, fantasmi della tua infanzia, il tuo passato che viveva nel nostro presente, fatto di giornate che ripetevano il lavoro svolto per una vita intera. Così, sin dal primo mattino, eravamo sempre indaffarati a cucinare, apparecchiare, sparecchiare e lavare le stoviglie: dicevi che i clienti in trattoria erano diventati più numerosi e io cercavo di aiutarti come potevo. Più tardi, seduti a tavola, mi divertivo a contare il numero di commensali fittizi cui avevamo preparato il pranzo e poi, vedendoti assonnata, ti invitavo a non stancarti troppo, convincendoti infine a riposare un paio d’ore. A quel punto, iniziava la mia caccia al tesoro nelle stanze di casa: trovavo le posate in frigorifero, il telefono nel lavandino del bagno, i tuoi gioielli nel cassetto delle lenzuola e il pigiama in quello delle tovaglie. Rimettevo diligentemente tutto a posto, così che tu il giorno dopo potessi fare ordine a modo tuo.

Del cicaleccio della gente non mi son mai curato: forse non sanno che è dalle rovine che trapela la luce e che sì, sono felice di essere ancora al tuo fianco, perché anche la fatica è amore e anche nella sofferenza si nasconde la gioia… basta saperla vedere. Nella nostra seconda vita insieme ti ho riscoperta bambina, priva di ogni corazza, anche della tua consueta eleganza che si è dileguata lasciando il posto a una gestualità insolita, direi buffa e a una sorprendente, fanciullesca, tenerezza. Anche l’amore si impara e tu, dopo più di cinquantasei anni, mi hai insegnato ad innamorarmi ancora di te.

A chi crede che la morte dimori già tra noi, dico che muore chi si arresta di fronte ai cambiamenti e che, invece, continua a vivere chi lasciandovisi cullare non teme di viaggiare seguendo rotte sconosciute. Tu non sai più chi sono io, ma io non posso dimenticare chi sei stata per me. Per sempre.

                                                      Il tuo compagno di Vita.

Quando è bene piantarla in Nasso come Teseo

Il momento più imbarazzante della mia vita l’ho vissuto ad Amsterdam, in un pomeriggio insolitamente mite di fine settembre di cinque anni fa. Faceva caldo per davvero in quel weekend e gli olandesi -mi disse- allo spuntare del primo raggio di sole sbucano come lucertole. Se si tratta di giorni feriali -aggiunse- escono dal lavoro in anticipo, prendono i figli e si godono il bel tempo. Parlava come chi conosceva alla perfezione le abitudini del luogo, ma aveva visto solo Amsterdam e ci viveva da meno di tre mesi, per cui non potrei accertare la bontà della sua affermazione; posso solo dirvi che in quelle trentasei ore circa di permanenza di sproloqui ne avrei sentiti parecchi.

Tornando alla mia figuraccia, confesso di averne avuto il presagio solo nel momento immediatamente precedente, quando ormai la possibilità era solo una: cadere. Anche se mi aveva spiegato che per frenare avrei dovuto pedalare all’indietro, giunto il momento di farlo, cercavo disperatamente i freni sul manubrio ma, dannazione, non c’erano! Muovevo a vuoto le dita e mi ripetevo: “Non freno, non freno, non freno!!!” Iniziavo a perdere il controllo della mia bici, il manubrio zigzagava, mi avvicinavo sempre più all’alzata del marciapiede e nel tentativo di evitare il peggio, ho davvero pedalato all’indietro, ma non è stato sufficiente. L’epilogo potete immaginarlo: una tragica caduta a terra e risate neppure troppo sommesse degli astanti.  Non sapevo come comportarmi, speravo solo che lui mi aiutasse e per fortuna non si è fatto attendere: mi si è avvicinato di corsa, ha afferrato la bici e l’ha subito rialzata. C’era però qualcosa di strano nella sua voce, di cui faticavo persino a distinguere il timbro. Alzo finalmente lo sguardo e mi accorgo che il mio salvatore era un passante qualunque, mentre lui era avanti metri e non si era accorto di nulla! Ringrazio velocemente quel ragazzo per la pietà mostratami e con movimenti scattanti mi rimetto in piedi, monto in sella e inizio a pedalare più forte di prima, incurante del fatto che avrei potuto cadere di nuovo. Ora l’obiettivo era uno solo: raggiungerlo per urlargli che se non se ne fosse accorto – evidentemente no- io ero ca-du-ta! E lui dov’era?! Avanti, lontano, per i fatti suoi! Informato sull’accaduto, non era neppure riuscito a biascicare un marcio “mi dispiace”. Ecco, questo  sarebbe bastato per chiuderla lì, non tanto per la figuraccia in sé, ma per la sua indifferenza:  nessuno vedendoci da fuori avrebbe immaginato che fossimo in giro insieme e non c’è peggior solitudine di quella che si prova nella vicinanza. Alla fine di quel weekend avevo finalmente maturato la decisione: bisognava finirla! E l’ho fatto: l’ho piantato in Nasso come Teseo fece con Arianna. Non è questo il momento per inveire contro un farabutto che si è servito di una graziosa fanciulla – cui peraltro deve la vita- per poi abbandonarla su un’isola deserta dopo una notte d’amore. Facile, quasi istintivo, immedesimarsi in Arianna, ma oggi, se me lo permettete, vorrei sentirmi novella Teseo e portare sul carro del trionfo chi, come me, ha colto quell’ultimo virgulto di sano amor proprio  e ha scelto, finalmente, di lasciare.

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Se fossi stata in Arianna qualche dubbio, viste le premesse, forse lo avrei avuto, ma si sa che parlare con il senno di poi è più facile. Pasifae, la madre era uscita di senno, diventando la prima ninfomane della storia a noi nota: Minosse, il marito e re di Creta, si era rifiutato di sacrificare un toro bianco in onore di Poseidone e il dio si vendicò instillando nella donna una perversa passione per l’animale. Per far accoppiare la bella e la bestia, si rivolsero all’architetto Dedalo che costruì un’enorme vacca in legno cavo in cui Pasifae si sarebbe nascosta in attesa di congiungersi con il toro. Dall’amplesso non poteva che nascere una creatura mostruosa, metà uomo e metà animale, che già in fasce mostrò i primi segni di pericolosità. Minosse, allora, si rivolse di nuovo all’architetto di corte affinché costruisse per il figliastro un labirinto  tanto ben congeniato che per chiunque sarebbe stato impossibile uscire. Ogni anno il Minotauro aveva diritto a un pasto antropofago, offerto dalla città di Atene che inviava alla rivale Cnosso  sette fanciulle e sette fanciulli come vittime sacrificali, per le quali possiamo solo sperare che una volta gettate dentro al labirinto la morte -una delle più atroci- arrivasse il prima possibile. Deciso a porre fine a questa mattanza, Teseo, figlio del re di Atene, si offrì di partire per sfidare il mostro, ma sapeva bene di non poter fare tutto da solo: doveva architettare uno stratagemma, preferibilmente senza che nessuno dei fanciulli questa volta perdesse la vita, ma non era per nulla semplice. Quando non sapeva più a che divinità votarsi, ecco che s’imbattè in Arianna, la quale, manco a dirlo, si innamorò perdutamente di lui. Una creatura così femminile e delicata lì non c’entrava proprio nulla e infatti voleva andarsene, sparire da quella famiglia, dimenticarne le nefandezze e andare lontano, al di là del mare per non fare più ritorno. Nei fatti fu accontentata, nella forma – lei che si immaginava un finale da favola- un po’ meno, ma l’incontro con Teseo fu senza dubbio un’occasione da non lasciarsi sfuggire. Per garantirgli una via di fuga sicura gli diede un filo, rosso, come la passione che li legava e accompagnò il suo ingresso nel labirinto con lo sguardo; nel frattempo, lei sarebbe stata ferma ad aspettarlo all’uscita in attesa di riabbracciarlo vincitore. Grazie all’astuzia di Arianna tutto andò per il meglio: Teseo uccise il mostro e insieme ai fanciulli seguendo il filo – metodo più sicuro, ne converrete, delle briciole di Pollicino- trovò l’uscita.

Non so dirvi quando il meccanismo si inceppò, così come non ne saprei fornire una motivazione logica. Ma quando Arianna si svegliò, Teseo non c’era più; era appena salpato, tanto che lei  riusciva ancora a vedere distintamente le vele della nave. L’aveva lasciata sull’isola di Nasso e dopo di lei tante altre fanciulle avrebbero subìto la stessa sorte, in mille altri luoghi del mondo, ma Nasso divenne il luogo per antonomasia dell’abbandono, per cui tutte,  io compresa, siamo state almeno una volta “piantate in Nasso”. Ma cinque anni fa, io ho vestito i panni di Teseo: mi sono imbarcata, ho preso posto accanto al finestrino e non appena l’aereo ritirava il carrello l’ho fatto. Inutile dire che non ho lasciato nessuna Arianna angosciata e affranta a terra, ma il punto non è questo: era finalmente arrivato quel momento e, sì, l’ho piantato ad Amsterdam.

Ciao!

Sai cosa ti dico: CIAO!

Io posso stare senza te

senza più

tanti “se”

senza tanti “ma perché?”

senza un amore così

io posso stare, sì.

Vasco Rossi, Ciao

Chiara Bernocchi

*immagine tratta da AriannainNasso.blogspot.com

Penny, la mia eroina

Articolo tratto da Sulpicia.it

Non so voi, ma io ho sempre desiderato essere come lei: Penelope, Penny per gli amici. Sì, lo so, state già storcendo la bocca ma prima che pronunciate un perplesso: “Mah!”, badate bene che non è tutto come sembra. La fessa non è lei, casomai è lei che ha fatto fessi tutti! Siamo d’accordo che ha avuto la sua buona dose di sfortuna: tutti i mariti delle altre tornano a casa dalla guerra più cruenta che il mondo avesse mai vissuto (poi c’è chi, come Clitemnestra, attende il proprio uomo per ucciderlo e godersi finalmente l’amante, ma sono eventi rari), e il suo no! È l’unico che si è perso a vagabondare per l’orbe terracqueo, facendo perdere qualsiasi traccia di sé.

Doverosa premessa è che Odisseo non si è propriamente annoiato nei dieci anni di peripezie: a parte l’incontro ravvicinato con il Ciclope, Scilla e Cariddi ha vissuto parecchio tempo nel paradiso terrestre di Ogigia (paragonabile, che so… alle nostre Galapagos o Seychelles), in compagnia di Calipso che l’avrebbe tenuto sempre per sé senza chiedere nulla in cambio, se non prestarsi alle gioie dell’amore. Voi direte: “Chiamalo scemo!”, ma anche i migliori toy boys spiccano il volo prima o poi ed è quello che è capitato anche ad Odisseo che comunque, bisogna dirlo a sua difesa, si pentiva dopo ogni amplesso. Trascorreva ore d’amore divine tutti i giorni  (non foss’altro che Calipso era un’immortale per davvero) e tutti i giorni prendeva la via degli scogli, dove poteva perdere lo sguardo nell’orizzonte e… piangeva! Versava lacrime vere! Si struggeva di malinconia pensando alla sua Penny e alla sua rocciosa Itaca. Sognava sempre sua moglie, nonostante avrebbe potuto vivere con dee, la cui bellezza non sarebbe mai sfiorita con il tempo. Per lei ha rinunciato persino al dono dell’immortalità!  Insomma, dopo vent’anni senza mai vedersi il suo cuore era ancora e unicamente solo per Penelope. E lei cosa faceva nel frattempo?

Penny, intanto, era la donna più chiacchierata dell’isola. Non usciva mai dalle mura del palazzo, dove era sorvegliata a vista dalle ancelle, ma soprattutto da quei fauneschi signorotti dei Proci. Già il nome non è invitante, poi immaginateli a sbafarsi cibo e trangugiare vino tutti i santi giorni e avrete il quadro della situazione. Degna socia di Lenny Belardo, Penelope aveva capito che il suo successo sarebbe dipeso dalla creazione intorno a sé di un’aura di lontananza da quel popolo di pecoroni che aveva invaso la sua dimora. Più si nascondeva, più li teneva incollati a sé e più erano patelle attaccate allo scoglio, più riusciva a manipolarli. Erano tutti ai suoi piedi (ed erano un centinaio!), attendevano da lei un gesto che sbloccasse l’empasse cui li aveva costretti. Erano pedine mosse dalla sua arte seduttiva, mosche intrappolate nella tela del suo adescamento. Non aspettavano altro che la signora di casa si affacciasse voluttuosa alla balconata che dava sulla stanza del banchetto e annunciasse: “Adorate ancelle, Proci indegni dell’uomo che regnava su questa isola, è giunta l’ora che prenda un nuovo marito”. Invece, niente, mai una gioia per anni.

Astuta, eh, la nostra Penny a tenere in scacco tutti con il giochino della tela! Sì, bisogna convenire che la pazienza è una dote che non le mancava, ma volete mettere le qualità fisiche e psicologiche necessarie a reggere il castello di carta? Se pensate a Penelope come a una povera Cenerentola con gli occhi gonfi di lacrime che fissano l’orizzonte in attesa di scorgere le vele del suo uomo, per me vi sbagliate di grosso. Penelope ha accettato di buon grado la propria triste sorte (c’è da dire che un destino infausto tocca un po’ a tutti nell’epica), ma il suo punto di forza è stato quello di aver unito l’utile al dilettevole. Un po’: “Io ti aspetto e nel frattempo vivo” alla Mengoni… Era civettuola, sapeva come flirtare senza mai infrangere le regole del bon ton di una brava e devota moglie. Perché, dai, abita in tutti noi del sano narcisismo e quei pretendenti non saranno stati mica tutti vecchi, trasandati e maleodoranti in ugual misura! Le rare occasioni in cui si mostrava al pubblico di quei parassiti erano rituali solenni: io me la immagino scendere le scale con la sensualità di una Jessica Rabbit ante litteram, stretta in una veste di seta semitrasparente, con lo sguardo sardonico di chi sa di avere  in pugno la situazione. Guardare ma non toccare: questo era il mantra. E ce l’ha fatta! Ce l’ha fatta ad attendere, ma soprattutto a far attendere, intransigente nell’affermazione di sé e sola vera padrona del palazzo, dal momento che suo figlio Telemaco, senza il padre ad indirizzarlo, era poco più di un bamboccione. Si è innalzata al di sopra della gazzarra dei pretendenti e ha imparato a bastare a se stessa.

Per essere come Penny bisogna anche avere un fisico bestiale… Non ricevendo messaggi divini sul prossimo arrivo di tuo marito, né ricevendo oracoli che ne profetizzano la morte, non ti resta che imbellettarti ogni giorni nella speranza che sia quello buono. Mica vorrai farti cogliere di sorpresa! Così, ogni risveglio, è un cerimoniale che neppure il Re Sole! E l’unguento, la veste, la cintura, i gioielli, i sandali, l’acconciatura… Una bella fatica, considerando che già la notte la trascorreva insonne a fare e disfare la tela!…

Però, per me, era una donna troppo intelligente per essere schiava del trascorrere del tempo. Si agghindava quanto basta, ma non per apparire giovane e bella come vent’anni prima perché era certa che suo marito l’avrebbe trovata attraente come un tempo, se non di più, di un fascino impalpabile che solo due anime elettive posso percepire. Dopotutto, anche Odisseo non avrebbe potuto essere gagliardo come quando partì per Troia! Qua e là ha ricevuto qualche ritocchino magico da Atena che l’ha fatto apparire più alto e muscoloso, ma dopo tutti i naufragi, i dispiaceri e lo stress di fuggire alle tempeste scatenategli contro capite bene che un po’ sciupato doveva pur esserlo!

Comunque, questi aspetti fisici occupano il tempo di quisquilie per due amanti cui basta un segno per riconoscersi. E in effetti è andata così: non è stata propriamente una carrambata perché Odisseo vestiva i panni di un cencioso mendicante per poter entrare indisturbato nel palazzo e dare inizio alla carneficina dei Proci, per cui sarebbe stato davvero impossibile riconoscerlo. In realtà, gli occhi di quell’accattone  le dicevano qualcosa,  ma sapeva bene che gli dèi spesso si divertivano a tirare qualche tranello ai mortali, come era toccato alla povera Elena che in quattro e quattr’otto abbandonò il tetto di un prode coniuge per seguire un giovincello e codardo troiano. No, lei sarebbe stata più scaltra! Non avrebbe perso la reputazione acquisita in tutto quel tempo per essere caduta nelle braccia di uno qualunque! Doveva esserne più che certa e aveva bisogno di una prova incontrovertibile che quell’uomo fosse davvero il suo sposo. Astuta fino alla fine, inganna anche il più ingegnoso degli uomini che si inalbera non appena lei ordina alle ancelle di portare fuori il letto. Rimuovere il talamo? Impossibile! L’ha intagliato lui stesso in un enorme ulivo, solo una divinità avrebbe potuto spostarlo. Ecco il segno che Penelope aspettava!

Si sono attesi entrambi, certi l’uno dell’amore dell’altra.

“Credo in noi come se fossimo

di un’altra generazione

quella del bene sopra la ragione

quella che aspetto anche tutta la vita

per vederti tornare dalla guerra mondiale”

Zibba, Senza di te

Chiara Bernocchi

*copertina di Giuseppe Torre, La dama di cuori, tecnica mista, 70x50cm